Meditazioni Quaresimali 2011 – Mercoledì 13 Aprile
La Gloria del Sabato Santo
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Concludiamo questa sera il nostro percorso affidandoci all'opera di un tedesco: la Risurrezione di Matthias Grünewald. Dell'autore ci sono poche informazioni e ben confuse: le uniche cose che si possono dire è che visse tra la seconda metà del 1400 e la prima del 1500, attivo soprattutto in Germania.
La Risurrezione è parte di una grandiosa composizione: l'altare di Isenheim, considerato una degli apici della pittura rinascimentale nordica. Commissione ricevuta nel 1512 ricevette dal siciliano Guido Guersi, priore del ricco monastero di Sant'Antonio a Isenheim, in Alsazia, nel quale si praticava anche assistenza ospedaliera. Il risultato finale sarà il capolavoro dell'autore e lo terrà impegnato per almeno quattro anni: l'altare della chiesa della prioria - conservato dal 1832 nel Musée d'Unterlinden di Colmar - un grandioso e complesso organismo di pittura, scultura e architettura, fatto di ante apribili che potessero far assumere tre diverse configurazioni all'altare, che misura circa sei metri in larghezza e oltre tre in altezza. È costituito di quattro grandi ante mobili, dipinte su entrambi le facce, di due sportelli fissi e di una predella, dipinti su di un'unica faccia.
La prima faccia assunta dall'altare a sportelli chiusi è costituita, da sinistra a destra, dal San Sebastiano, dalla Crocefissione e dal Sant'Antonio, mentre nella predella è rappresentato il Compianto sul Cristo morto. La seconda faccia, ottenuta aprendo i primi sportelli, presenta la Annunciazione, la Allegoria della Natività e la Resurrezione. Possiamo vedere, così, compendiata l'intera opera della Salvezza: dall'Incarnazione alla Resurrezione. La terza faccia, che appare dopo aver aperto successivi sportelli, presenta al centro le statue lignee di Sant'Antonio abate, di sant'Agostino e di san Girolamo, mentre nella predella in basso mostra le sculture con il Cristo fra gli apostoli, eseguite da Niklaus Hagenauer di Strasburgo e da Desiderius Beychel nei primi anni del secolo, fiancheggiate da due pannelli dipinti da Grünewald, raffiguranti i Santi eremiti Antonio e Paolo e le Tentazioni di sant'Antonio.
Nel convento-ospedale il grande complesso pittorico aveva una funzione terapeutica e consolatoria insieme, accompagnando i malati nella speranza della guarigione e nella fede della salvezza.
L'anta della risurrezione si trova nella seconda facciata della prima apertura degli sportelli. È un olio su tavola di 269 x 143 cm. L'opera, pur essendo una Resurrezione, presenta anche alcuni tratti tipici delle raffigurazioni della Trasfigurazione e dell'Ascensione.
L'immagine si presenta come un'esplosione di luce su uno sfondo buio, luce che proviene dal Risorto che sembra quasi saltare fuori dal sepolcro. Il corpo, e in particolare il volto, emanano luce propria, luce che fa emergere dall'oscurità le persone e gli oggetti presenti.
L'uomo non riesce a vedere al buio, così come non può guardare direttamente il sole, altrimenti resta abbagliato. Così è la resurrezione del Signore: non è mistero oscuro, ma troppo luminoso perché l'uomo possa guardare ad esso con questi occhi.
Nella Veglia pasquale inizieremo la liturgia della Parola con la prima creazione (Gen 1):
1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
3Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce dalle tenebre. 5Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo.
Così una nuova luce inaugura la nuova creazione: la luce del Risorto.
La scena non ha la solennità e la pacatezza della Resurrezione di Piero della Francesca, ma riporta movimenti improvvisi e sguaiati, tutt'altro che ieratici. L'ambiente, abbastanza anonimo, raffigura un giardino con alcune guardie e un sepolcro, in primo piano, aperto: non il sepolcro come lo vediamo di solito (la grotta con la grande pietra tonda rotolata via), ma un vero e proprio sarcofago marmoreo aperto.
Le guardie che popolano il giardino non sono assopite, ma sono letteralmente sconvolte. Sono tutte in posizioni innaturali e instabili. In particolare si nota la guardia in primo piano: ribaltata all'indietro, ma non ha ancora toccato terra, inutilmente tiene una spada in una mano e con l'altra cerca di ripararsi dal bagliore emanato dal Signore, l'elmo di traverso sulla testa. Il suo collega alabardiere ribaltato in avanti, i due militari sullo sfondo stanno a loro volta cadendo a terra. Nella raffigurazione dei movimenti di questi personaggi (come anche nel sepolcro aperto e vuoto) notiamo la prevalenza del piano orizzontale in forte contrasto con il Cristo (e il sudario) che si staglia luminoso verso l'alto.
Potremmo leggere in questa scelta dell'autore le parole di Gesù riportate dall'evangelista Giovanni (3,19-21):
19E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. 20Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. 21Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
Ma passiamo al cuore dell'opera: il Cristo Risorto.
Come si diceva poco fa, è anche lui in movimento: sembra balzare fuori dal sepolcro d'improvviso. Il Cristo è caratterizzato dallo slancio verso il cielo. Il candido sudario, che sembra essersi impigliato tra le vesti del Cristo, costituisce l'unico collegamento con la tomba: esso viene trascinato in cielo dalla forza vitale del Risorto. Il colore bianco e azzurro del lino lo fa risaltare rispetto al resto dell'ambiente circostante e soprattutto rispetto al buio notturno.
Il corpo del Risorto, avvolto da un ampio drappo rosso, straordinariamente luminoso: è il corpo glorioso di Colui che ha vinto il peccato e la morte.
Particolare rilievo è dato alle piaghe della crocifissione sulle mani, sui piedi e nel costato: non hanno tracce di sangue, emanano anzi raggi luminosi dal loro interno. Come non ripensare alla profezia di Isaia (53,5):
5Egli è stato trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Il Corpo martoriato dalla passione e dalla croce non è sanato, non è guarito, ma è trasfigurato. La persona di Gesù, la sua storia fatta anche di sofferenza non è dissolta nel nulla o cancellata, ma è ricolmata di gloria. Il Risorto è lo stesso Crocifisso, sul quale il dolore e la morte non hanno più potere, anzi sono sottomessi al Signore della vita.
Leggiamo in Colossesi (1,18-20):
18Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio,
primogenito di quelli che risorgono dai morti,
perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
19È piaciuto infatti a Dio
che abiti in lui tutta la pienezza
20e che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce
sia le cose che stanno sulla terra,
sia quelle che stanno nei cieli.
Ed essendo il primogenito di una moltitudine di fratelli, a questo destino di gloria siamo chiamati anche noi, con le nostre storie, le nostre persone, le nostre vite (cf Rm 8,28-30):
28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.
Ma la cosa che a prima vista può sembrare addirittura strana è il grande cerchio di luce che avvolge il busto del Risorto, fino alla testa e nel quale sembra quasi dissolversi il volto stesso.
Un cerchio di tre colori: giallo al centro, poi rosso ed, infine, una fascia verde chiude la circonferenza e lascia spazio al cielo stellato.
Alcuni critici vi vedono la rappresentazione figurativa delle due terzine dantesche ai vv. 115-120 del canto XXXIII del Paradiso:
Ne la profonda e chiara sussistenza
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un da l’altro come iri da iri
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
Altri si soffermano a considerare la cornice verde come un'allusione ad una delle visioni dell'Apocalisse (4,2-3):
2Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. 3Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono.
La luce che da Cristo si diffonde dà risalto ai colori delle vesti, al corpo e, quasi, a tutta la scena.
Se consideriamo la pala nel complesso possiamo apprezzare la forte antitesi creata dal pittore. Antitesi descritta dal profeta Isaia in uno dei carmi del Servo Sofferente (53,2.11-12):
2È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per poterci piacere.
11Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
e si sazierà della sua conoscenza;
il giusto mio servo giustificherà molti,
egli si addosserà le loro iniquità.
12Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
dei potenti egli farà bottino,
perché ha spogliato se stesso fino alla morte
ed è stato annoverato fra gli empi,
mentre egli portava il peccato di molti
e intercedeva per i colpevoli.
Isaia profetizza un contrasto paradossale: un uomo sfigurato in maniera sconvolgente, verrà poi innalzato, onorato ed esaltato grandemente. Troviamo la stessa paradossale differenza tra l’uomo crocifisso e l’uomo risorto di Grünewald. Ciò che è espresso a parole dal profeta ci colpisce, ma quando vediamo le due immagini, il fatto assume un volto ben definito, anzi i due volti dell’unico Gesù. Tanto è raccapricciante e umiliante l’uomo crocifisso, quanto sfolgorante ed esaltante l’uomo luminoso risorto.
Le due immagini sono di una ricchezza enorme, create da un artista di una sensibilità e profondità eccezionali.
Riflettiamo semplicemente sulla luce. Nella Crocifissione c’è un ambiente plumbeo tutt’intorno, tenebre che fanno da cornice alla scena tanto da inghiottire tutto. Un abisso di tenebra. La luce sui personaggi, in particolare su Gesù in croce, è drammatica, tagliente, violenta. Ci sbatte in faccia questo primo piano sconcertante, secco e pesante.
Nella Risurrezione c’è la stessa potenza, ma di un sapore diverso, vivificante e leggero. Lo sfondo plumbeo e ossessivo si è trasformato in un infinito cielo stellato, rischiarato da un globo di luce sfolgorante che viene da Gesù stesso.
Gesù ha assunto le nostre tenebre, le ha caricate su di sé, nel suo corpo e nel suo spirito, ma misteriosamente e divinamente le ha trasformate in luce, annientandole nel suo amore così forte per noi. Ha letteralmente ingoiato la morte per noi. Ma non vogliamo puntare solo su un aspetto, quello della sua sofferenza: sarebbe deleterio e parziale. Sarebbe fermarsi solo all'immagine della Crocifissione. C'è di più. Dalle tenebre egli ha generato una luce nuova, che le ha annientate, e ci ha messo a disposizione quella stessa potenza radiosa.
Se quaranta sono stati i giorni di preparazione alla Pasqua, cinquanta ce ne sono offerti per percepire, anche minimamente, la divinizzazione offertaci da Gesù Risorto. Essa è ben più di qualsiasi gloria terrena, perché non è cosa esterna a noi, fatta di beni e oggetti, ma è una vera e propria, intima e sostanziale trasformazione interna a noi, del nostro io più profondo, nella redenzione per tutti quelli che credono in lui, e nella santità per chi lo segue con cuore sincero.
Scrive Papa Benedetto nel suo ultimo libro:
Da una parte, dobbiamo dire che l'essenza della risurrezione sta proprio nel fatto che essa infrange la storia e inaugura una nuova dimensione che noi comunemente chiamiamo la dimensione escatologica. La risurrezione dischiude lo spazio nuovo che apre la storia al di là di se stessa e crea il definitivo. In questo senso è vero che la risurrezione non è un avvenimento storico dello stesso genere della nascita o della crocifissione di Gesù. Essa è qualcosa di nuovo, un genere nuovo di evento.
Bisogna, però, al tempo stesso prendere atto del fatto che essa non sta semplicemente al di fuori o al di sopra della storia. Come eruzione dalla storia che la supera, la risurrezione prende tuttavia il suo inizio nella storia stessa e fino a un certo punto le appartiene. Si potrebbe forse esprimere tutto questo così: la risurrezione di Gesù va al di là della storia, ma ha lasciato una sua impronta nella storia.
(Joseph Ratzinger Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, LEV 2011, pp. 304-305)
Come ultimo ascolto, allora, ci affidiamo al grande Johan Sebastian Bach. Ascolteremo una parte del Credo della Messa in Si Minore (BW 232), composta intorno alla metà del 1700. Precisamente la parte che riguarda la risurrezione:
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Et resurréxit tértia die, secúndum Scriptúras. Et ascéndit in cœlum: sedet ad déxteram Patris. Et íterum ventúrus est cum glória iudicáre vivos et mórtuos: cuius regni non erit finis. |
Il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture. È salito al cielo e siede alla destra del Padre. Di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
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