Meditazioni Quaresimali 2011 – Mercoledì 6 Aprile
Il Silenzio del Sabato Santo
Hans Urs Von Balthasar, grande teologo del '900, caro amico e collega dell'allora prof. Ratzinger, scrisse:
Come nella vita egli (Cristo ndr) fu solidale con i viventi, altrettanto lo fu nel sepolcro con i morti, laddove bisogna lasciare a questa “solidarietà” l'ampiezza, anzi la problematicità, che sembra escludere proprio una comunicazione soggettiva. Ognuno giace nel suo sepolcro. […]
La pena per il peccato umano non era soltanto la morte del corpo, ma anche un castigo dell'anima. Poiché, infatti, il peccato era stato anche spirituale, l'anima doveva essere punita mediante la privazione della visione di Dio. […] Per espiare, quindi, tutta la pena imposta ai peccatori, Cristo non solo volle morire, ma scendere anche con l'anima ad infernum. […] Cristo è dunque disceso là dove uno è nella morte «per portare i nostri peccati; così com'era conveiente che egli morisse per liberarci dalla morte, altrettanto era conveniente che egli scendesse nell'Ade per liberarci dalla discesa nell'Ade». […]
(da Hans Urs Von Balthasar, Teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana 1990, pp. 129-157)
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Questa sera vogliamo guardare ad un'opera forse più conosciuta delle precedenti e di quella che guarderemo la prossima settimana. Una magnifica tela del “Pittore Maledetto”: la Deposizione nel sepolcro di Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. L'opera è una pala d'altare, dipinta con la tecnica dell'olio su tela, eseguita tra il 1602 e il 1604, su commissione di Girolamo Vittrice, nipote di Pietro, morto il 26 marzo del 1600, per la cappella della chiesa degli Oratoriani dove lo zio era stato sepolto. Nel 1602 la cappella era in rifacimento. È sincero il desiderio del committente di dotare la cappella di un'opera sublime che aiuti i vivi ad associare la messa al ricordo dei defunti.
Come tipico dell'artista, vediamo un fondo molto buio da cui emergono un'ambientazione scarna ed essenziale, nonché i sei personaggi che compongono la scena. I corpi scultorei, illuminati dall'alto da una luce “non naturale”, sono impegnati in gesti semplici e ieratici.
Oggi custodita nella Pinacoteca Vaticana, dobbiamo sforzarci di immaginare la tela sovrastante l'altare della Cappella della Pietà della Chiesa di Santa Maria in Vallicella, altare su cui si celebrava, come in ogni chiesa, la S. Messa.
Come si diceva poco fa, l'ambientazione è essenziale: possiamo vedere alcune pietre, un arbusto, e una grande pietra su cui si svolge la scena, niente di più. Se, com'è vero, la liturgia rende presenti ed attuali i Misteri della vita di Gesù ovunque essi siano celebrati, la “non ambientazione” aiutava il fedele a rivedere e rivivere quell'evento di duemila anni prima proprio nella cappella in cui si trovava.
Proviamo, allora, a continuare la nostra riflessione sul Sabato Santo aiutati dalla tela.
Iniziamo considerando un elemento che balza all'occhio: la pietra su cui poggiano l'intero gruppo. È molto evidenziata, si protende al di qua della linea di superficie, punta verso chi guarda. Facilmente possiamo immaginare il parallelo che il Caravaggio ha costruito tra quella pietra e la pietra dell'altare su cui si celebra. È troppo grande e accentuata per essere solo una base d'appoggio o il coperchio di un sepolcro o la “pietra dell'unzione”: è la “pietra scartata dai costruttori divenuta pietra d'angolo” (cf Sal 118,22), è la pietra su cui il Salvatore fonda la sua Chiesa, come sembra indicare la mano cadente del Cristo morto.
Un secondo oggetto, che già un'altra volta abbiamo considerato, risalta: il grande telo sindonico. Il candore fa contrasto con lo sfondo buio. Un lembo va a poggiare sulla pietra: come non vedere un richiamo alla tovaglia che sovrasta l'altare su cui si rinnova, nei segni del Pane e del Vino, il Sacrificio della Croce.
Da questo lino e dall'abbraccio di Nicodemo e di San Giovanni è teneramente accolto il corpo del Signore. Il primo, vestito in abiti semplici, inchinato per sorreggere Gesù, lo abbraccia e guarda verso l'esterno della tela, la bocca socchiusa dà l'impressione che voglia dire qualcosa, che voglia coinvolgere nella scena l'osservatore: non si può restare indifferenti ad un evento come quello della morte del Signore, non è un evento accomodante e felice, non è un evento innocuo e inerme. Stiamo assistendo a qualcosa di unico e irripetibile, dotato di una carica universale nel tempo e nello spazio, si sta per inaugurare una nuova stagione per l'umanità intera e per l'universo intero.
San Giovanni, secondo la tradizione il più giovane dei discepoli, sorprende per lo sguardo sconvolto e stupito, con cura tiene tra le mani il corpo del Crocifisso e si avvicina ad esso quasi a volerlo baciare. Con un bacio il Sacerdote venerà l'altare all'inizio e alla fine della S. Messa, sempre con un bacio anche noi siamo chiamati, il Venerdì Santo, a venerare il Cristo che muore in croce. Un segno d'affetto, un gesto semplice che ci richiama alla memoria non il bacio di Giuda:
Dal Vangelo secondo Matteo (26,47-50)
47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. 50E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.
Dal Vangelo secondo Marco (14,43-45)
43E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò.
Dal Vangelo secondo Luca (22,47-48)
47Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. 48Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?».
Ma la peccatrice che dopo aver bagnato di lacrime e profumato di piedi di Gesù non smise di baciarli (Lc 7,36-50):
36Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; 38stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. 39Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
40Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». 41«Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». 43Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. 47Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». 48Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». 49Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». 50Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
Altre tre figure emergono dallo sfondo buio: Maria di Cleofa, con le braccia alzate, Maria Maddalena piangente, Maria Madre di Gesù che cerca di accarezzare per l'ultima volta il corpo straziato del Figlio. Tre donne che assumono il valore simbolico delle tre virtù teologali.
La prima, dall'alto, Maria di Cleofa: lo sguardo e le braccia alzate, gesti tipici dell'orante, è la Chiesa che crede, intercede e prega. La seconda, la Maddalena, colei che piange la morte dell'amato, adora il mistero e attende l'incontro nel giardino il mattino di Pasqua: è la Chiesa che ama. La Vergine Madre, infine, accoglie in unico abbraccio Nicodemo, Giovanni e Maria di Magdala, contempla il figlio morto e quasi cerca di accarezzarlo: è la Chiesa che offre e spera.
Nello spazio spoglio e disadorno e nell'essenzialità assoluta dei movimenti, la verità della fede è espressa attraverso la sintesi e i gesti lenti carichi di intensità eloquente. In tali atti nulla v'è di tragico o angosciante, di scomposto o gridato, tutto è silenzio: i personaggi hanno coscienza di non essere rassegnati testimoni di un fattaccio di cronaca nera, o ambasciatori di un muto cordoglio, ma annunciatori dell'avvenimento più importante al mondo.
Dio non è soltanto la parola comprensibile che viene a noi; è anche il fondamento nascosto e inaccessibile, incompreso e inafferrabile, che si sottrae a noi. Certo, nel cristianesimo c'è un primato del Logos, della Parola, sul silenzio. Dio ha parlato. Dio è parola. Ma non dobbiamo per questo dimenticare la verità del perenne nascondimento di Dio. Solo dopo averlo sperimentato come silenzio, possiamo sperare di percepire anche il suo parlare che risuona nel silenzio. La cristologia procede oltre la croce, il momento in cui si coglie l'amore divino, per entrare nella morte, nel silenzio e nell'occultamento di Dio.
[…] Io ritengo, invece, che proprio ora il problema presenti il suo vero volto: la morte e ciò che accade quando uno muore, ossia quando entra nel regno della morte. Di fronte a questo problema dobbiamo tutti confessare il nostro imbarazzo. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perché tutti viviamo al di qua della morte, non abbiamo alcuna esperienza della morte. […]
Siamo così tornati nuovamente al punto di partenza, all'articolo di fede che afferma la discesa di Gesù agli inferi. Questa frase ci conferma quindi che Cisto ha varcato la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi con la sua passione in questo abisso del nostro estremo abbandono. Là dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, lì egli è presente. Con ciò l'inferno è vinto, o - per essere più esatti - la morte, che prima era l' “inferno”, ora non lo è più. Nessuna delle due realtà è più la stessa di prima, perché al centro della morte c'è la vita, perché l'amore abita ora al centro di essa.
(da Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico, Queriniana 2005, pp. 284-292)
Nel guardare alla tela possiamo intuire il grande mistero del silenzio di Dio, della vera morte del Figlio Incarnato. Siamo invitati ad attendere con speranza, a guardare a tutti i crocifissi della storia lasciandoci coinvolgere nel dolore, come ci dice Nicodemo; bramando di abbracciare e baciare il Signore che si fa crocifiggere ancora una volta, come ci dice l'apostolo Giovanni; guardando e vivendo la Fede, la Speranza e la Carità, come ci dicono le tre Marie, che sono la vita della Chiesa, che sono le carte vincenti date da Dio ai suoi figli per essere vincitori insieme al suo Figlio.
Affido le conclusioni al commento del quadro di nuovo a Von Balthasar:
Il Signore, però, ha percorso (deambulare) questo inferno profondissimo, perché egli non è impedito da alcuna catena di peccato, ma è «libero tra i morti». Gregorio (Magno ndr) passa quindi dagli abissi del sabato santo alla discesa spirituale del Salvatore nelle regioni perdute del cuore del peccatore: lo stesso descensus si ripete ogni volta che il Signore penetra nelle profondità dei desperata corda.
(da Hans Urs Von Balthasar, Teologia dei tre giorni. Mysterium Paschale, Queriniana 1990, pp. 129-157)
Ecco quanto avviene nel nostro peccato e nella riconciliazione: un cuore che si allontana da Dio (ci si può allontanare a piccoli passi o di corsa, ma il risultato finale è il medesimo) e un Dio che non resta inerme ma ricerca l'uomo, è solidale con lui per riaverlo tra le braccia come figlio.
Affidiamo la parte musicale alle parole del Responsorio dell'Ufficio delle Tenebre Sepulto Domino:
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ð. Sepulto Domino, signatum est monumentum, volventes lapidem ad ostium monumenti: * ponentes milites, qui custodirent illum. ÷. Accedentes principes sacerdotum ad Pilatum, petierunt illum. ð. Ponentes milites, qui custodirent illum. |
ð. Sepolto il Signore, fu sigillato il sepolcro, ponendo una pietra scorrevole all'ingresso: * Posero dei soldati per sorvegliarlo. ÷. I capi dei sacerdoti si recarono da Pilato, e chiesero di porre le guardie al sepolcro. ð. Vennero posti a guardia dei soldati. |
Non utilizziamo l'originale gregoriano, ma la rielaborazione composta da Tomás Luis de Victoria, noto anche con il nome italiano Tommaso Ludovico da Vittoria (Ávila ?, 1548 – Madrid, 20 agosto 1611), un compositore, organista e cantore spagnolo del tardo Rinascimento. Attivo principalmente in Italia, fu il più famoso musicista spagnolo dell'epoca e il più importante in Europa come compositore di musica sacra.
È la conclusione drammatica della serie dei Responsori delle Tenebre. Come nel quadro, anche dalla musica possiamo percepire la drammaticità dell'evento mista ad una grande ieraticità. Con tratti delicati si parla del Signore deposto nel sepolcro, con tratti più accesi si descrive il tentativo dei Sacerdoti di porre fine alla vicenda di Gesù sigillando il sepolcro e ponendo dei soldati a guardia.

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