Meditazioni Quaresimali 2011 – Mercoledì 30 Marzo
Il Sacrificio del Venerdì Santo
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Anche questa sera, nell'approfondire la liturgia del triduo, ci facciamo aiutare da un pittore fiammingo: Rogier van der Weyden. Pittore di nazionalità belga, nato nel 1399 e morto a Bruxelles nel 1464. Prendiamo in esame il pannello centrale del Trittico dei Sette Sacramenti, meglio conosciuta come Crocifissione in Chiesa (per l'ambientazione in cui si situa) o Crocifissione di Anversa (perché, ad oggi, custodita nel Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa). Dipinta intorno al 1450, l'opera è stata commissionata da Jean Chevrot, Vescovo di Tournai, per la cappella di famiglia.
Ancora una volta ricordo che, essendo l'opera una pala d'altare, non aveva funzione ornamentale, ma è un dipinto con funzione di catechesi e contemplazione: catechesi perché mostra ai fedeli quanto si sta celebrando, contemplazione perché mostra la verità del segno, ovvero l'Ostia consacrata mostrata ai fedeli (il segno) è quello stesso Cristo morto in croce (verità significata dal segno), l'Eucaristia stessa è la ripresentazione sacramentale incruenta del Sacrificio della Croce.
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.
(Dall'Udienza Generale del Sommo Pontefice Benedetto XVI, Piazza San Pietro Mercoledì 31 marzo 2010)
Guardando la tavola nel complesso, vediamo che presenta l'interno di una chiesa gotica a tre navate nelle quali si stanno celebrando i sette Sacramenti: nella navata sinistra possiamo vedere il Battesimo, la Confermazione e la Penitenza; a destra l'Estrema Unzione, il Matrimonio, l'Ordine. Al centro si staglia un alto Crocifisso, dietro il quale possiamo vedere un Sacerdote che sta elevando l'Ostia consacrata: ecco il Sacramento dell'Eucaristia. Sopra ogni Sacramento, un angelo sorregge un cartiglio con scritto un distico latino in rima che “presenta” il Sacramento sottostante.
Se la scorsa settimana abbiamo contemplato l'istituzione dell'Eucaristia nell'Ultima Cena, questa settimana guardiamo alla Passione e Morte in Croce di Cristo come “contenuto” del segno sacramentale.
Una delle prime cose che si possono notare è l'anomala forma della croce: non ha una classica “forma latina”, ma è fatta a Tau. Il richiamo immediato è alla profezia di Ezechiele (9,1-6) in cui il Tau è il segno che salva i giusti di Israele:
1Allora una voce potente gridò ai miei orecchi: «Avvicinatevi, voi che dovete punire la città, ognuno con lo strumento di sterminio in mano». 2Ecco sei uomini giungere dalla direzione della porta superiore che guarda a settentrione, ciascuno con lo strumento di sterminio in mano. In mezzo a loro c’era un altro uomo, vestito di lino, con una borsa da scriba al fianco. Appena giunti, si fermarono accanto all’altare di bronzo. 3La gloria del Dio d’Israele, dal cherubino sul quale si posava, si alzò verso la soglia del tempio e chiamò l’uomo vestito di lino che aveva al fianco la borsa da scriba. 4Il Signore gli disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono». 5Agli altri disse, in modo che io sentissi: «Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non abbia pietà, non abbiate compassione. 6Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte. Cominciate dal mio santuario!».
E al compimento della profezia che troviamo nell'Apocalisse (7,2-8):
2E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: 3«Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».
4E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele: 5dalla tribù di Giuda, dodicimila segnati con il sigillo; dalla tribù di Ruben, dodicimila; dalla tribù di Gad, dodicimila; 6dalla tribù di Aser, dodicimila; dalla tribù di Nèftali, dodicimila; dalla tribù di Manasse, dodicimila; 7dalla tribù di Simeone, dodicimila; dalla tribù di Levi, dodicimila; dalla tribù di Ìssacar, dodicimila; 8dalla tribù di Zàbulon, dodicimila; dalla tribù di Giuseppe, dodicimila; dalla tribù di Beniamino, dodicimila segnati con il sigillo.
Il Tau che salva Israele dallo sterminio è la croce di Cristo che salva la Chiesa e coloro che sono diversamente associati ad essa.
Anche le dimensioni della croce stessa sembrano sproporzionate: il legno occupa, infatti, tutta l'altezza e la larghezza della navata centrale. È probabile il legame con l'antichissima tradizione di costruire gli le chiese edifici a pianta cruciforme (a volte addirittura con l'abside fuori asse, detto a capo reclinato) proprio per assimilare il corpo del Cristo crocifisso al tempio in cui si riunisce il Corpo Mistico del Signore stesso.
Come dicevamo poco fa, la navata centrale, sullo sfondo, ospita il settimo Sacramento: l'Eucaristia. Si vede bene, infatti, come ci sia un sacerdote che sta compiendo il gesto dell'elevazione dell'Ostia consacrata e al suo fianco il ministro che tiene sollevata la pianeta. La Madonna in trono con Bambino che possiamo notare sopra l'altare è un ulteriore strumento per richiamare i fedeli ad associare il Corpo nato da Maria al Corpo crocifisso al Corpo sacramentale.
Il fedele che partecipava (oggi l'opera è chiusa in un museo, quindi fuori del contesto per cui è nata) alla sacra Liturgia in una sola occhiata aveva avanti a sé l'intera opera della Redenzione realizzata da Cristo e attualizzata dalla Chiesa nei Sacramenti.
Alcuni personaggi ai piedi della Croce arricchiscono la composizione. Alla nostra destra possiamo vedere due donne: una con il capo sollevato a contemplare il Cristo che pende dal patibolo. Questa seconda donna ha una “controfigura” nel ministrante () che, mentre tiene sollevata la pianeta del Sacerdote che sta celebrando la S. Messa, contempla l'Ostia Santa.
Leggiamo nel Vangelo secondo Giovanni (19,33-37):
33Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, 34ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. 35Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. 36Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. 37E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.
Una seconda donna, invece, è spaventata e non riesce a guardare la scena. Così recita un passo dell'Apocalisse (1,7)
7Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,
anche quelli che lo trafissero,
e per lui tutte le tribù della terra
si batteranno il petto.
Sì, Amen!
Le due donne sono l'allegoria, in questo modo, della beatitudine dei credenti che possono contemplare la Gloria del Signore e di coloro che sono giudicati peccatori e non riescono a sostenere lo sguardo del Crocifisso.
E il Venerdì Santo anche noi vogliamo realmente volgere lo sguardo al cuore trafitto del Redentore, nel quale - scrive san Paolo - sono “nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3), anzi “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), per questo l’Apostolo può affermare con decisione di non voler sapere altro “se non Gesù Cristo e questi crocifisso” (1 Cor 2,2). E’ vero: la Croce rivela “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità” – le dimensioni cosmiche, questo è il senso - di un amore che sorpassa ogni conoscenza – l’amore va oltre quanto si conosce - e ci ricolma “di tutta la pienezza di Dio” (cfr Ef 3,18-19).Nel mistero del Crocifisso “si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo – amore, questo, nella sua forma più radicale” (Deus caritas est, 12). La Croce di Cristo, scrive nel V° secolo il Papa san Leone Magno, “è sorgente di tutte le benedizioni, e causa di tutte le grazie” (Disc. 8 sulla passione del Signore, 6-8; PL 54, 340-342).
(Dall'Udienza Generale del Sommo Pontefice Benedetto XVI, Piazza San Pietro Mercoledì 12 aprile 2006)
Ancora due personaggi emergono dalla scena: l'Apostolo Giovanni e la Vergine Maria.
25Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. 26Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Così l'Apostolo Giovanni, nel suo Vangelo (19,25-27) racconta l'episodio qui raffigurato.
Vediamo qui come Maria, sorretta da Giovanni, sia nella posizione di una partoriente: la Vergine Santa soffre per la morte del Figlio; questi dolori, però, sono le doglie di una donna che dà alla luce nuovi figli. Possiamo ammirare, così, anche l'interpretazione simbolica che la Tradizione ha sempre attribuito a questo testo: Maria che ai piedi della Croce diviene madre di Giovanni, è la Chiesa che attraverso il Sacrificio della Croce continua a generare figli.
Possiamo leggere, nel prefazio del Sacratissimo Cuore di Gesù:
Innalzato sulla croce,
nel suo amore senza limiti donò la vita per noi,
e dalla ferita del suo fianco effuse sangue e acqua,
simbolo dei sacramenti della Chiesa,
perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore,
attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza.
Se la Madonna in trono con Bambino, sovrastante l'altare, richiama il legame tra Corpo Nato, Crocifisso e Sacramentale; la Madonna partoriente ai piedi della croce richiama proprio l'agire della Chiesa che attraverso i Sacramenti porta avanti l'opera redentrice inaugurata dalla Croce di Cristo.
La Croce è, in effetti, il luogo in cui si manifesta in modo perfetto la compassione di Dio per il nostro mondo. Oggi, celebrando la memoria della Beata Vergine Addolorata, contempliamo Maria che condivide la compassione del Figlio per i peccatori. Come affermava san Bernardo, la Madre di Cristo è entrata nella Passione del Figlio mediante la sua compassione (cfr Omelia per la Domenica nell’Ottava dell’Assunzione). Ai piedi della Croce si realizza la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35) dal supplizio inflitto all’Innocente, nato dalla sua carne. Come Gesù ha pianto (cfr Gv 11,35), così anche Maria ha certamente pianto davanti al corpo torturato del Figlio. La sua riservatezza, tuttavia, ci impedisce di misurare l’abisso del suo dolore; la profondità di questa afflizione è soltanto suggerita dal simbolo tradizionale delle sette spade. Come per il suo Figlio Gesù, è possibile affermare che questa sofferenza ha portato anche lei alla perfezione (cfr Eb 2, 10), così da renderla capace di accogliere la nuova missione spirituale che il Figlio le affida immediatamente prima di “emettere lo spirito” (cfr Gv 19,30): divenire la Madre di Cristo nelle sue membra. In quest’ora, attraverso la figura del discepolo amato, Gesù presenta ciascuno dei suoi discepoli alla Madre dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19, 26-27).
(Dall'Omelia della Santa Messa con i Malati del Sommo Pontefice Benedetto XVI, Sagrato della Basilica Notre-Dame du Rosaire Lourdes 15 settembre 2008)
La collocazione originaria di pala d'altare permetteva anche al più semplice dei fedeli di comprendere quanto avviene nella celebrazione dei Sacramenti.
Il canto scelto per accompagnare quest'opera si intitola Eli, Eli, di Gyorgy Deak Bardos, compositore ungherese del secolo scorso. Il brano mette in canto il testo evangelico di Matteo (24,46):
Et circa horam nonam clamavit Iesus voce magna dicens: «Eli, eli, lamma sabacthani?»
Anche un ascoltatore profano può apprezzare la bellezza di questo brano: l'autore, infatti, riesce a rendere, con la musica, la sofferenza e gli ultimi spasmi di un morente. Le note, a tratti quasi dissonanti, bene trasmettono la tragicità di quanto cantano.

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